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Scrittrici del Novecento

Viernes, 11 Septiembre 2015 09:17

La mela proibitaVV.AA. La mela proibita. Saggi e pensieri di scrittrici del Novecento, a cura di María Belén Hernández González, Maria Gloria Ríos Guardiola, Aracne, Roma, 2015, pp. 320, ISBN: 978-88-548-8070-2

   

    Le mele proibite sono i frutti dell’albero del sapere colti da alcune scrittrici e pensatrici del Novecento ricordate in questo volume edito da Aracne: donne che attraverso la saggistica hanno dato espressione a un pensiero femminile e originale che è riuscito a emergere contribuendo in maniera decisiva all’“esplorazione di una realtà conflittuale” difficilmente trascrivibile e il cui senso non si è ancora esaurito. Il genere del saggio, divenuto fondamentale nel corso del Novecento, risulta dunque lo strumento che le donne celebrate in questa interessante raccolta hanno sapientemente utilizzato per dire una verità considerata nella sua dimensione viva ed eterogenea.

    Donne singolari, spesso straordinarie, creatrici d’idee, ognuna delle quali ha magistralmente raggiunto una propria personale originalità, pur condividendo tutte degli elementi comuni, quali l’indiscussa libertà di pensiero e l’indipendenza sociale, il deciso impegno politico, la coerenza tra vita e opera, la resistenza quotidiana di fronte agli eventi storici, spesso tragici, vissuti e patiti con coraggio e lucidissima consapevolezza. Donne innamorate del sapere, coscienti del compito intellettuale, gravoso e necessario, che le ha investite. Donne, purtroppo, talvolta scartate dalla cultura universitaria e invece così attuali, testimoni di un momento storico che prosegue ancora oggi nella sua problematicità e urgenza, e che richiede un approccio e una sapienza che questa raccolta intende rievocare attraverso l’opera di chi è stato all’altezza del compito.

    I quindici saggi che costituiscono il volume, redatti sia in lingua italiana che spagnola da esperti, professori o ricercatori universitari, sono stati ragionevolmente suddivisi in quattro sezioni che intendono delimitare alcune delle dimensioni – filosofiche, politiche, letterarie e storiche – attraverso le quali si dirama un’assai ben più ricca collezione di sfaccettature che le protagoniste vivono e riflettono.

    A differenza della forma narrativa o del sistema filosofico tipico della tradizione accademica e caratterizzato da un imponente utilizzo del concetto, il genere saggistico si tramuta nella cornice ideale entro cui queste donne di genio hanno espresso e ordinato un pensiero non immediatamente collocabile in riconoscibili categorie teoriche ma, piuttosto, divenuto cifra di quella sensibilità femminile capace di evitare i clichès del linguaggio comune e creare, attraverso la poesia, i simboli, i rituali liturgici dell’attenzione, e, toccando la filosofia, la letteratura, la politica e la storia, una voce nuova, pura e rivelatrice delle realtà nascoste, sotterranee, oscure.

    Esattamente così ci appare il pensiero della filosofa María Zambrano, unica protagonista doppia della raccolta e forse colei che ha avuto il maggior numero di contatti con le altre donne descritte nel libro, contribuendo dunque in prima persona alla tessitura di una rete unificante che legittima ulteriormente le scelte tematiche; lei che, raccontata principalmente attraverso due saggi e altrove citata, risulta dunque un emblema della figura femminile che il volume tende a delineare: repubblicana coltissima, vittima di un lungo ed estenuante esilio approdato in molti paesi, personaggio scomodo ed eterodosso, María Zambrano ha saputo cantare attraverso una originalissima prosa poetica la sua personale ragione filosofica, rendendo il saggio letterario specchio di una verità viscerale che la tradizione ha spesso preferito abbandonare piuttosto che affrontare. La sua filosofia, poetica sì, ma prova di un’evidente e profondissima indagine sulla tragicità contemporanea, è riuscita a esprimere una coscienza ermetica e sotterranea in grado di addentrarsi, grazie alla passività dell’attesa e alla predisposizione pietosa apprese dall’insegnamento poetico, nei labirinti della realtà molteplice ed eterogenea, così descritta da Antonio Machado, amico e maestro dell’autrice spagnola, al quale lei replica con una risposta assolutamente “filosofica”: la proposta di un “pensiero vivo”, pazientemente in ascolto del sentire originario dell’uomo, del sacro da cui egli dipende, decifrato ed espresso direttamente attraverso una parola viva anch’essa, così come spiega María del Carmen Piñas Saura nel saggio che apre la rassegna, ricco d’importanti citazioni, ma carente, purtroppo, degli adeguati riferimenti bibliografici.

    Tale pratica dell’attenzione, fedelmente esercitata dalla Zambrano, spesso definita una caratteristica principale del pensiero femminile, è il metodo e l’insegnamento di un’altra grande filosofa che compare nella raccolta, Simone Weil.

    Naturalmente citata anche attraverso il riferimento ad altre autrici affrontate, la pensatrice francese è protagonista del saggio di Alejandro del Río Hermann, il quale si sofferma però non tanto sull’originale pratica riflessiva che ne distingue la peculiarità filosofica quanto più sul suo impegno politico e sociale e sulle sue originali idee riguardanti il lavoro, la libertà, la rivoluzione, accostandola a due figure che ben si prestano ad arricchire il discorso sulla complessa personalità della Weil e sulle quali la stessa filosofa ha scritto emblematici saggi: Rosa Luxemburg e Antigone. Il messaggio fondamentale che si ricava da questo interessante intervento su Simone Weil è l’idea di un imprescindibile senso di giustizia che caratterizza non solo la pensatrice francese, ma anche le altre scrittrici, e in particolare Bertha von Sutter, autrice del primo manifesto del pacifismo, prima donna Nobel e, come ben racconta Leonor Sáez Méndez, denunciatrice della violenza del linguaggio burocratico, quello totalitario, che, contrapposto al linguaggio della sensibilità che invece contraddistingue anche le altre autrici, e in particolare Hannah Arendt, è da queste condannato in quanto riconosciuto mezzo e conseguenza della superiorità violenta dell’uomo in tempo di guerra. E sempre il linguaggio è il protagonista della critica letteraria propria di Marthe Robert, autrice di una delle più importanti interpretazioni di Kafka, che resta ancora oggi, pur poco nota al vasto pubblico come spiega Mauricio Jalón nel suo intervento, l’analisi più influente che sia mai stata fatta sul grande romanziere. Di nuovo il linguaggio, attraverso due letture platoniche, quelle di Iris Murdoch e Eva Brann, torna a imporsi nel saggio di Antonio Lastra, il quale ci racconta l’interpretazione estetica ma anche “teologica” dei dialoghi platonici da parte della Murdoch, e quella “musicale” da parte della Brann.

    La giustizia del linguaggio diviene giustizia verso la realtà, colta ed esplorata dentro ogni sua piega, dietro ogni sua ombra, nel confronto con l’Altro, estraneo, fratello o sconosciuto che sia; Altro come le dimensioni nascoste, riscattate nella propria verità, mai imposta e invece accettata e accolta, compresa, decifrata e raccontata. Una giustizia inseguita dalle nostre protagoniste anche attraverso la circolazione della cultura, l’impegno politico e attivistico, la partecipazione alle avanguardie e i rapporti con intellettuali importanti.

    In Cristina Campo, raccontata nel saggio di Adele Ricciotti, il linguaggio poetico espresso attraverso i sui esigui ma densi saggi decifra la bellezza nel suo significato più assoluto, considerata traccia del sacro, in nome della quale la perfezione della parola vuole salvaguardare il valore spirituale, minacciato dall’abbruttimento dell’epoca contemporanea. Amica, non a caso, di María Zambrano, traduttrice di poeti e scrittori e, soprattutto, di Simone Weil, la Campo sceglie quest’ultima come guida da cui apprendere la difficile pratica dell’attenzione, predisposizione che caratterizza tutte le autrici della raccolta, e capacità, perché no, soprattutto femminile. Tuttavia, appare giusto ricordare che non tutte le donne di questi saggi si sono riconosciute nei movimenti femministi, talvolta anche esplicitamente rifiutati, perché rifiutato era, prima di tutto, l’ingombrante peso delle “etichettature” che avrebbero imprigionato la libertà di spirito che invece le ha sempre sostenute. Ma, come spiega Elena Laurenzi mentre rivela il rapporto tra María Zambrano e Rosa Chacel (e la loro risposta alle convinzioni alquanto discutibili del comune maestro Ortega y Gasset riguardo al rapporto tra i sessi), erano, queste, delle donne “moderne” che “reinterpretavano la formazione classica alla ricerca di uno stile fuori dai canoni”; donne con una “chiara coscienza femminista” ma che rifiutavano a priori l’appartenenza a filoni o categorie, proprio come il loro linguaggio, l’uno espresso in prosa filosofica, l’altro in poesia o narrativa, ma spesso con il medesimo contenuto, rifugge la precisione concettuale o sistematica. Eppure, come scrive Zambrano, parlare della condizione della donna in una precisa epoca storica significa parlare degli strati più profondi e decisivi di una cultura. E, difatti, nel volume seguono saggi dedicati a donne editrici e redattrici di riviste, come Amelia Rosselli e Gina Ferrero, le quali, grazie alle numerose attività culturali, pedagogiche e sociali, come quella del Circolo del Lyceum Club a Firenze, e distinguendosi per aver diretto le prime associazioni italiane a favore dell’indipendenza ed emancipazione femminile, possono essere riconosciute degne rappresentanti del progresso di quest’ultima durante il Primo Novecento. A tali conquiste va aggiunta senz’altro la bravura di altre donne intellettuali la cui promozione culturale ha portato contributi immensi alla circolazione letteraria internazionale, com’è il caso di Marguerite Caetani (ricordata da María Gloria Ríos Guardiola), fondatrice delle importanti riviste «Commerce» e «Botteghe Oscure», attraverso le quali si promuovevano non solamente gli autori italiani isolati durante il regime, ma anche gli intellettuali stranieri sconosciuti o rimasti, anche loro, ai “margini” per ovvi motivi politici. Oppure, si rammenta la poco nota Marta Larnaudie de Klinger, fondatrice della rivista uruguaiana «Asir», confrontata da Giuseppe Gatti Riccardi con l’attività promossa da Vittoria Ocampo per la più ben celebre rivista argentina «Sur». E ben si presta, in una critica della società odierna, il valido intervento di Andrea Baldi su Anna Maria Ortese, scrittrice che, con sguardo disilluso e smascheratore del fasullo benessere del dopoguerra e della corruzione dei costumi italiani, ha profetizzato molte verità che purtroppo non cessano di ritualizzarsi. Alla devastazione della guerra segue, infatti, proprio come lei denunciava, non la ricostruzione anelata e promessa, ma la devastazione dei valori umani. Il disagio della modernità così ben rappresentato nelle opere della Ortese si collega direttamente all’altra importante esaminatrice della condizione umana e della storia, Hannah Arendt, protagonista imprescindibile del Novecento, che nel saggio di Alicia Poza viene presentata soprattutto attraverso la sua idea di “pensiero narrativo”, concepito quale migliore metodo di riflessione su se stessi e sulla propria epoca storica. Si ritorna dunque, chiudendo il cerchio, al tema del saggio in qualità di genere letterario per eccellenza del Novecento negli interventi di Alejandro Patat e di Vincente Cervera Salinas: il primo con la sua presentazione di Elsa Morante, ricordando che la scrittrice, pur considerando il genere saggistico minore rispetto alla rappresentazione realistica del romanzo, lo utilizzò proprio per definire il romanzo stesso e le sue funzioni; mentre il secondo analizza la scrittrice e giornalista messicana Elena Poniatowska, la quale ha sapientemente narrato la storia personale del celebre poeta Octavio Paz utilizzato i dati sulla sua vita e la sua poetica, grazie al genere saggistico, come “materia costruttiva”, “fluida, organica”. Ciò diventa occasione anche per analizzare, in questo caso molto dettagliatamente, il saggio in quanto genere autobiografico, che, lungi dall’essere un piatto resoconto suddiviso in tappe e date, può riuscire, come ha fatto la Poniatowska, a “unire in una forma nuova i semi dispersi di una unità frammentata”.

    Altra intellettuale e scrittrice di valore appare Elena Croce, figlia del celebre filosofo italiano e descritta da Juan Pérez Andés nella sua incessante attività culturale in riferimento alla direzione delle importanti riviste «Lo spettatore Italiano» e «Prospettive Settanta», rispecchiamenti incontrovertibili, anche questi, dei cambiamenti culturali che avvennero in Italia dal dopoguerra: legata da una profonda amicizia alla Campo e alla Zambrano, traduttrice e importante critica letteraria, anch’ella ha promosso una rinnovata idea del lavoro editoriale attraverso il costituirsi di salotti e collaborazioni che tentavano di contrastare il pericolo del decadimento culturale riconosciuto anche dalle altre autrici.

    Ciò che più emerge, oltre all’impegno e alla responsabilità intellettuali, comuni a tutte le autrici raccolte nel volume, è soprattutto la preoccupazione nei riguardi della cultura internazionale, del suo scarso diffondersi, il timore dell’avvento di una bruttura umana e di una volgare degenerazione che, cominciate a inizio secolo, si propagano a dismisura a causa del consumo di massa sovrastando la bellezza poetica del mondo. Queste autrici, ognuna con la sua storia, eppure tutte seguendo percorsi tra loro più o meno profondamente intrecciati, possono ricordarci, anche grazie a questa raccolta, cosa significa essere intellettuale, essere donna, essere un occhio sul mondo capace di “vedere”.

Adele Ricciotti

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