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Letteratura e Grande Guerra

Domingo, 14 Enero 2018 06:24

Artico Tancredi Essere CorpoTancredi Artico (ed.), Essere corpo. La Prima guerra mondiale tra letteratura e storia. LINT, Trieste, 2016.


Tra l’abbondantissima messe delle pubblicazioni, accademiche e non, fiorite intorno al centenario della Grande Guerra, questo volume collettaneo uscito per i tipi di LINT di Trieste e curato dallo studioso Tancredi Artico propone una prospettiva particolarmente interessante e fruttuosa: la centralità del corpo nell’esperienza del soldato, e in particolare del soldato-scrittore. Perché la Grande Guerra, come sottolineato più volte dagli autori, è stato un evento fondamentale anche nel suo ridefinire la fisicità, le percezioni, la materialità dell’essere corpo tra altri corpi. Perché, più in generale, la guerra, come scrivono Audoin-Rouzeau e Becker, riporta sempre a una storia del corpo. Se il riferimento ai Trauma Studies, anche qui importante, è ormai pressoché obbligatorio in qualsiasi disamina del Primo conflitto mondiale, il richiamo ai Body Studies è forse meno scontato in ambito italiano (entrambe le prospettive cominciano a imporsi soprattutto a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, nel mondo anglosassone). I contributi più interessanti di questo Essere corpo dimostrano di conoscere la bibliografia in oggetto e indicano strade feconde per possibili applicazioni al caso italiano, con alcune stimolanti incursioni fuori dei confini nazionali.

Il volume è diviso in due sezioni principali: “Guerra e letteratura” e “Testimonianze”. Un intervento di Silvia Del Zoppo sull’Elettra di Strauss come possibile ‘ouverture’ del conflitto imminente è posto in apertura, mentre Riccardo Poli chiude il libro con un breve bilancio-testamento del Primo conflitto mondiale. Stupisce, sia detto en passant, l’assenza di un’introduzione generale al volume, nonché di una presentazione, ancorché minima, degli autori coinvolti.

Il binomio guerra e letteratura a partire dalla tematica del corpo è affrontato, in maniera preliminare, dal curatore Tancredi Artico in rapporto alla scrittura memorialistica. Attraversando opere più o meno note – da Giorni di guerra di Comisso al Giornale di guerra e di prigionia di Gadda, passando per gli scritti molto meno conosciuti di Attilio Frescura e Mario Puccini – lo studioso traccia una prima approssimazione al corpo come vero e proprio medium della pagina scritta. Donatella Rasi prosegue questo sondaggio includendo – tra gli altri autori – alcune pagine di Renato Serra, Paolo Monelli, Piero Jahier, Ardengo Soffici, Giani Stuparich, a cui appartiene una delle voci più lucide: in “guerra, avanti tutto si muore, poi si combatte, poi si vince o si perde, e da ultimo appena c’è la speranza di poter sopravvivere”. Giulio Segato, da parte sua, percorre un territorio apparentemente lontano: la letteratura hard-boiled americana e il suo possibile legame con la guerra mondiale, in particolare nell’opera di Raymond Chandler. Sulla scia degli studi di Kali Tal, il tentativo – riuscito – è quello di leggere il poliziesco come possibile sottogenere della ‘letteratura del trauma’: in effetti, i sintomi presentati dall’ispettore Philip Marlowe sembrano coincidere spesso con quelli descritti dagli psichiatri nei reduci della Grande Guerra. Mario Cianfoni torna in territorio italiano con un’analisi dell’espressionismo linguistico nella rappresentazione della morte in trincea in quattro autori fondamentali come Lussu, Ungaretti, Rebora e Gadda. Andrea Amerio allarga la visuale e nel suo contributo, dal titolo Campioni del nulla, traccia invece un quadro generale della crisi della cultura europea – tra Rebora e Valery, tra Dino Campana e Kazimir Malevic – negli anni terribili 1914-1918. Giovanni Vedovotto affronta un’opera e un autore a loro modo paradigmatici, L’allegria di Ungaretti, per metterne in evidenza in particolare le questioni complementari del corpo e del panismo, a partire dalle quali individuare due filoni principali: componimenti di guerra in senso stretto, in cui appare disarmante la presenza della materialità fisica, e altri in cui questa dimensione corporale tende al dissolvimento, il più delle volte – ma non sempre – in ottica “salvifica”. Andrea Binasco dilata lo scenario sull’asse diacronico mettendosi sulle tracce del kalos thanatos omerico negli scrittori della Grande Guerra, soprattutto in quel peculiare cortocircuito che si generò tra le attese della guerra, alimentate proprio dalle letture classiche, e la realtà traumatica della trincea.

Apre la sezione “Testimonianze” un puntuale intervento di Valeria Mogavero che, a partire dal diario del sergente maggiore romano Umberto Massimi – scelto proprio per il suo sostanziale anonimato –, e in dialogo produttivo con i Body Studies summenzionati (che hanno finalmente contribuito a spostare lo status del corpo da oggetto a soggetto storiografico), individua geografie e “geo-corpografie” in movimento, “mutazione psicologica e continua reversibilità locativa” come “costanti dello stare in guerra”. Un altro diario-testimonianza, quello del bresciano Francesco Dusi, è al centro del contributo di Marcello Zane, attento a indagare le modalità attraverso le quali chi scrive elabora paure e lutti confrontandosi, in particolare, con la guerra come produzione in massa di cadaveri, di corpi morti e dilaniati. È una visione assai lontana da quella fornita dai corrispondenti di guerra o dalle copertine che Achille Beltrame approntava per la Domenica del Corriere, dove il corpo straziato è tenuto attentamente fuori dalle frontiere del rappresentabile. Quella di Dusi è anche una lotta contro l’anonimato dei cadaveri, della perdita di identità a cui condanna il “disordine dei corpi” in guerra. Sceglie un’ottica comparativa Stefano Marcuzzi, che legge in parallelo i diari dell’italiano Augusto Soramel e del britannico Angus Mackay. La sete, la difficoltà o impossibilità di dormire, la monotonia della vita in trincea interrotta dal riposo, dalla battaglia o dalla convalescenza: è ancora il Leitmotiv del corpo a fornire una chiave interpretativa privilegiata a queste due narrazioni così lontane nello spazio, così vicine nel loro “dare corpo” alla materialità del vivere nel fango e nella polvere.

I capitoli restanti del volume spostano l’attenzione su altri aspetti, ma sempre con un’attenzione particolare alla corporalità e alla sua rappresentazione. Antonella Pocecco studia l’uso del corpo nella propaganda della Grande Guerra concentrandosi su un piccolo campione costituito essenzialmente da manifesti e cartoline. Riprendendo il celebre titolo pirandelliano, l’autrice riconosce alcuni dispositivi di base: quelli incentrati sull’“uno”, ovvero sull’individualizzazione e la personalizzazione in virtù delle quali il viso e il corpo del soldato anonimo diventano l’emblema della responsabilità individuale; le operazioni propagandistiche in cui prevale il “nessuno”, ovvero la demonizzazione del nemico e la cosiddetta atrocity propaganda; infine, i “centomila”, ovvero la scomparsa dell’individuo nella massa indistinta che popola le trincee. Federica Tammarazio propone, invece, in ottica più decisamente storiografica, un case study intorno all’iconografia e alla memoria del soldato caduto a Torino, dal rituale del Milite Ignoto alle strumentalizzazioni fasciste. Francesca Santi, infine, tenta una lettura trasversale della diaristica e della memorialistica di guerra alla luce dell’ermeneutica di Hans-Georg Gadamer, nella convinzione che la guerra si configuri anche e soprattutto come un’esperienza di verità.

Il volume propone dunque una visione poliprospettica, come ben si dice in quarta di copertina, in cui si intrecciano contributi di storia e critica della letteratura, di storia contemporanea, di sociologia della comunicazione, di storia della filosofia e di storia dell’arte. Il risultato è un caleidoscopio di punti di vista e analisi che, fermo restando il comune denominatore rappresentato dalla centralità della tematica corporale, apre nuove prospettive certamente suscettibili di ulteriori sondaggi e approfondimenti.

Paolino Nappi

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